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Frauenmuseum | Museo delle donne

La mia non è una scelta fra l’essere donna e donna trans*°, ma piuttosto come scegliere di vivere

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In questo mese di marzo – tutto all’insegna della parità di genere – vogliamo dare la parola alla presidente dell’associazione locale LGBTQIA+°° Centaurus: Arianna Miriam Fiumefreddo.

Nata nel 1982 a Palermo e trasferitati a Trento nel 2004, con una formazione in sociologia e una esperienza lavorativa nella commissione provinciale pari opportunità di Trento, come counsellor e all’interno di strutture educative e sanitarie, ora vivi a Bolzano e dal 2021 ricopri la carica di presidenza di Centaurus. Quali sono le tue sfide personali e collettive per la causa LGBTQIA+?

Sono impegnata come volontaria e attivista per la causa LGBTQIA+ da anni ormai, anche se nelle terre trentine/altoatesine ho avuto il modo di vivere ed esprimere la mia personalità a pieno. Oggi per me essere attivista presso Centaurus significa poter restituire quello che mi hanno dato molte persone che ho incontrato nella mia vita: la forza di vivere senza nascondermi, di autodeterminare chi sono e di non vergognarmi nel farlo anche ad alta voce. Centaurus vuole creare una comunità locale di persone LGBTQIA+, che permetta a chiunque di sentirsi al sicuro, parte di una comunità, cosciente e consapevole delle proprie scelte. Affermare la propria identità di genere non è cosa facile e accompagnare chi sta percorrendo tale cammino, è un grande onore e patto di fiducia. Spero che un giorno non ci sia più la necessità di avere una casa protetta, uno sportello informativo o di fare tanto lavoro di sensibilizzazione, però fino a quel momento, abbiamo una responsabilità verso chi non gode tuttavia delle stesse libertà, chi vive aggressioni ed esclusioni a causa della propria identità di genere o del proprio orientamento sessuale. Ognuno rappresenta un piccolo mondo, la meta è riuscire a far sì che tutti piccoli mondi, fatti a loro volta di mille sfumature, possano convivere e crescere insieme. Personalmente mi sento anche sempre responsabile verso le mie idee per la creazione di un mondo migliore, più equo, libero da pregiudizi e modelli di genere rigidi e soffocanti.

Tu ti definisci donna trans*, cosa significa per te esserlo?

Per me è stato un processo lungo dare un nome alla mia identità di genere, ho vissuto a lungo come fanciullo, all’interno delle mura di casa. Ai miei tempi purtroppo non c’era ancora l’accesso all’informazione come avviene oggi, quindi è stato un’acquisizione di informazioni più graduale. La cosa paradossale è che sono cresciuta in una famiglia omo-transfobica°°° di Palermo, che mi portava a vedere i bar dei “froci” e quindi inconsapevolmente mi ha guidato verso quei posti, che poi mi avrebbero permesso di conoscere meglio me stessa. Una volta che anche in famiglia è emerso la mia vera identità è arrivato il ripudio dei miei genitori, il divieto di vedere i miei nonni e la fuga di casa. Ho sempre continuato con gli studi e così ben presto, dopo il diploma e il servizio civile, sono arrivata nel 2004 a Trento, all’Università di Sociologia, che mi ha aperto un mondo e mille nuove opportunità. Grazie all’appoggio di amiche trans*, che come me sentivano di essere diverse dal resto del mondo gay, soprattutto in quanto poco attratte da uomini omosessali come partner, ho iniziato a capire che la mia storia era un’altra e mi sono affermata come donna trans*, ho iniziato ad essere me stessa. Oggi sono orgogliosa di chi sono, in tutta la mia imperfezione. Sono serena di poter camminare tranquillamente per le vie della città senza ripudiarmi o nascondermi, perché sono in pace con me stessa e con il mondo, almeno su quel fronte. Ora sento che è il mio turno di restituire qualcosa a chi sta cercando i propri equilibri e la propria direzione.

Nel 2006 hai fatto il passaggio legale dei documenti, che ora ti definiscono donna. E’ stato un percorso difficile?

Io ho deciso di fare delle scelte chirurgiche e delle terapie ormonali, sono state scelte volute, non orientate a soddisfare un certo modello o per attirare le attenzioni di un uomo. Volevo sentire il mio corpo esterno più rappresentativo a quello che sentivo interiormente. Il problema era che fino al 2015 lo stato italiano obbligava le persone trans* a sottoporsi all’operazione di rettificazione del sesso, altrimenti non era possibile cambiare il nome e il genere sui documenti. Voglio dire, non è che si tratta di un intervento da poco e dovrebbe essere la singola persona a poter scegliere se farlo o no. Ogni persona deve avere la possibilità di scegliere come e in che misura intervenire sul proprio corpo. Magari qualcuno non aveva ancora preso la decisione, ma per riuscire ad accedere a casa e lavoro, si è sentita costretta a passare sotto i ferri. Poi una volta conclusasi l’operazione, il giudice ordinava una CTU (consulenza tecnica d’ufficio) di medici per verificare la “riuscita” dell’operazione, ovvero la penetrabilità. Anch’io sono stata obbligata a questa verifica. Rimane un episodio più che spiacevole e umiliante, che la dice lunga anche sulle funzioni assegnate al genere femminile.

Molte persone credono che il femminismo sia delineato da una sola scuola di pensiero più che da diverse proposte di lettura e di azione. Tu come la vedi, qual è la tua visione? 

Io sono femminista, senza dubbio alcuno, perché proprio partendo dalla mia esperienza personale posso dire che il genere non è mai legato ai soli organi riproduttivi, alla biologia, il genere è costruito culturale e sociale. Come diceva già Simone de Bevouir: Donna non si nasce, si diventa. Si viene inseriti in un certo modello di femminile preconfezionato e opprimente, che non lascia spazio a individualità e varietà. Per me il femminismo è una pratica che ha come compito quello di  decostruire i privilegi che alcuni hanno rispetto ad altri, significa voler abbattere modelli di genere rigidi, significa voler superare disuguaglianze basate sulla origine, etnia, lingua, età, classe sociale, religione, abilità, orientamento sessuale e identità di genere. Seguo un approccio intersezionale del femminismo, che tiene conto di tutte le differenti discriminazioni a cui una persona può essere esposta. Per dire, io sono privilegiata, perché sono bianca e ho un lavoro, ho una formazione e una casa. Una donna migrante trans* non ha le mie stesse risorse e possibilità, in quanto, oltre alle difficoltà legate alla discriminazione di identità di genere, ha degli svantaggi in quanto migrante, persona probabilmente con pochi soldi, senza documenti, senza casa e senza lavoro. Come femminista e attivista ho l’obbligo di far si che anche altre persone abbiano le stesse opportunità, abbiano le possibilità di realizzarsi e capire chi sono e come far parte attivamente della società. Non mi piacciono molto le etichette, ma oggi sono ancora necessarie, quindi sottolineo a voce alta di essere femminista, sperando che un giorno non sia più necessario dirlo, perché le disuguaglianze si saranno ridotte o eliminate del tutto.

Esistono alcune forme di pensiero femminista che preferiscono un concetto meno vasto di femminilità, che per esempio non include le persone trans*. Tu come ti posizioni a tale rispetto? 

Io gioco molto con la mia visibilità, sia come donna che donna trans* e comprendo le differenze biologiche che mi distinguono da una donna. Però Il termine donna per le persone LGBTIQA+ assume una connotazione critica a un certo concetto di maschilità. Il sistema patriarcale rinchiude tutta una serie di persone entro la categoria oppressa di donna, inteso come altro genere. Pensare che da secoli le donne che non rientrano nel modello femminile imposto, vengono considerate come antisociali. Trattasi di donne riformiste, femministe, suffragette, ma anche coloro che rifiutavano il matrimonio riparatorio dopo uno stupro (possibile fino agli anni 80), le donne infertili, le ragazze madri sole. Esse per secoli finivano in prigione o in manicomio, venivano espulse dalla società. Durante il nazismo alle donne lesbiche, antisociali e prostitute veniva applicato persino un triangolo nero, e insieme a loro anche le persone con disabilità, persone con problemi di alcolismo e disturbi psichici. Ancora oggi molte donne che si dichiarano apertamente femministe, ne risentono le conseguenze sul mondo del lavoro o anche nelle relazioni interpersonali. Fanno tuttora paura le donne che non si conformano, adattano, piegano. Ecco in questo io credo ci sia grande similarità con la sorte delle persone trans*, che a loro volta vengono spesso considerate come inferiori, non in grado di conformarsi del tutto (se non andando contro la propria indole). Ecco perché io mi autodetermino come donna e donna trans*, perché la considero una conquista di cui andare fiera. La scelta per me non è tra essere donna e donna trans*, ma piuttosto nel come scegliere di vivere. Conformarsi può creare grande angoscia e fatica, perciò credo sia un impegno femminista, quello di abbattere ogni costrizione a conformarsi, per aprire la strada a qualunque modo di essere e vivere la propria vita nel rispetto delle altre persone. Difatti mi piace il termine QUEER, mi ci riconoscono perché rivendico criticamente il termine negativo “frocio” che è stato assegnato a me e alla mia comunità, lo ribalto e lo faccio mio, in modo consapevole e critico. Come lo fanno le donne femministe che continuano a lottare affinché lo stesso termine donna perda ogni sua connotazione opprimente e l’identificazione a un genere debole o inferiore.

Marzo è il mese della giornata internazionale della donna, è il mese della sorellanza e consapevolezza. Marzo è il mese simbolico della lotta delle donne. E in questa storia collettiva mi riconosco, e provo a fare la mia parte.

Interview: Sarah Trevisiol

 

° trans*/ t*= abbreviazione per persona che quindi non si identifica con genere biologico assegnatole alla nascita.
°°LGBTQIA+ = abbreviazione internazionale per indicare la comunità di persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer, intersessuali, asessuali e altri.
°°° persona omo-transfobica = persona che ripudia, offende o minaccia le persone omosessuali o transessuali

 

 

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