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La mia storia di avvocato coincide con il mio essere donna

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Ho sempre voluto fare questo lavoro perché lo sentivo mio, perché speravo che la conoscenza del diritto mi avrebbe consentito di aiutare le persone che si rivolgevano a me per una consulenza o per essere assistite in una causa.

Il “fenomeno” – uso volutamente le virgolette – della violenza di genere era di là da venire. Di fronte a me avevo le difficoltà di affermarmi in una professione essenzialmente maschile e maschilista, che lascia davvero poco spazio alle donne, a cominciare dal titolo: avvocato, al maschile appunto.

Con il passare degli anni, però, a quel prefisso maschile mi ci sono affezionata, anche perché ho capito che la mia identità di genere non era legata a come si declina o non si declina il titolo professionale, tanto da arrabbiarmi quando mi sento chiamare “avvocata” o, peggio ancora, “avvocatessa”, quasi si volesse a tutti i costi femminilizzare un termine che non si può declinare al femminile.

Il titolo professionale non contraddistingue chi sono, non mi identifica se non in un ambito lavorativo: prima viene Valeria, poi l’avvocato Giacometti; e questa è stata una presa di coscienza molto importante, perché mi ha consentito di staccarmi dalla massa e di essere fedele a me stessa: una persona che ha sempre cantato fuori dal coro e che continuerà a farlo.

A questa consapevolezza, poi, si è unita anche la necessità di dare voce alle vittime di reato, poiché il nostro ordinamento, purtroppo, è sì garantista, ma per l’imputato/indagato, il quale è considerato parte necessaria al processo, contrariamente alla parte offesa, ovvero la vittima di reato, che non lo è.

Solo recentemente, con la riforma che ha introdotto il Codice Rosso, in alcuni casi gli atti che sono destinati all’indagato sono notificati anche alla parte offesa, come ad esempio la richiesta di revoca/sostituzione della misura cautelare in tema di atti persecutori e violenza domestica.

E così, grazie all’incontro con la Casa delle Donne di Ivrea, ho potuto utilizzare la mia professionalità e metterla al servizio di coloro che, a vario titolo, hanno necessità di una consulenza legale nell’ambito del diritto civile o penale nel più ampio ramo del diritto di famiglia.

Ovviamente, il fatto di essere un avvocato e, dunque, avvezza alla scrittura, ha reso possibile aprire un mio blog (www.mindlegal.blogspot.com), attraverso il quale pubblico, con cadenza quasi settimanale, articoli a commento di sentenze della Cassazione, novità legislative, oppure semplicemente mie riflessioni in relazione alla professione dell’avvocato in generale e al mio incontro/scontro con essa in particolare. Non sempre sono riflessioni lusinghiere, ma se non altro sono sincere.

Il blog ha carattere essenzialmente divulgativo, vuol essere un mezzo per portare più vicino alle persone la legge e il suo linguaggio astruso, per spiegare in parole semplici concetti che, per chi non è un “addetto ai lavori”, sono davvero complessi. Nelle mie intenzioni, tutto questo vuol essere una risorsa, un aiuto a chi ha necessità di assistenza per una causa, a chi ha bisogno di una consulenza o di un parere, oppure semplicemente a chi è curioso e vuole vedere più da vicino “come funziona” il sistema legale.

La scelta di difendere le donne, come ho detto, è stata dettata dall’incontro con la Casa delle Donne di Ivrea. Ho così avuto modo di scontrarmi, nel senso letterale del termine, con la realtà quotidiana delle donne maltrattate, le quali, dopo anni di violenze psicologiche e fisiche, magari anche con figli minori che hanno assistito, trovano la forza di uscire dal cerchio della violenza e di denunciare l’abusante.

Tuttavia, si sbaglia di grosso chi pensa che queste persone siano “solo” persone fragili. A volte è più semplice difendere l’abusante che non l’abusato, perché quest’ultimo si attacca all’avvocato come una cozza si aggrappa allo scoglio (vorrete perdonare il paragone) e nel legale vede la sola ancora di salvezza, una sorta di mago che tutto può e tutto fa. Si crea una specie di dipendenza: l’avvocato non è più solo il legale: diventa l’amico, il confidente, lo psicologo. Tutto, insomma.

Assecondare quest’atteggiamento, però, è sbagliato, perché se ad esempio io la prendessi sul personale (come purtroppo è capitato) perderei di vista l’obiettivo principale: garantire una difesa in aula, assicurarmi che la donna possa fare sentire la sua voce ed elevarsi al di sopra di quella di chi la vorrebbe vittimizzare una seconda volta davanti al Giudice, facendola passare, ad esempio, come una madre incapace (ed è accaduto).

Quando dico alla signora di turno di mantenere le distanze, non lo faccio perché sono snob o non mi voglio fare coinvolgere: io sono già coinvolta nel momento stesso in cui la persona varca la soglia dello Studio. Molto più semplicemente, devo mantenere il necessario distacco per poter svolgere al meglio il mio lavoro.

È vero che ho una laurea in psicologia, ma o faccio l’avvocato o la “psicologa”. Tutt’e due non si può, anche e soprattutto a causa del differente approccio.

Come legale non posso e non devo creare un’alleanza terapeutica con il Cliente, come “psicologa” sì. (Uso le virgolette perché per fregiarsi del titolo di psicologo occorre aver superato l’esame di Stato, cosa che io ancora non ho fatto. Sono una semplice Dottoressa in psicologia.)

È per questo che ho deciso di scrivere un libro sulla violenza di genere.

Non il solito trattato di diritto e giurisprudenza, però. In accordo con Edizioni Formamentis ho voluto dare una piega diversa, creare all’interno del libro un viaggio che parte dall’antichità più remota per fare comprendere che cosa sia davvero la violenza di genere e quanto lontano affondino le sue radici. Ognuno, poi, deciderà come viaggiare, se partire da un contesto psicologico e criminologico per risalire la corrente della Storia, oppure se seguire la storia del diritto per arrivare all’elaborazione finale, oppure ancora soffermarsi solo sull’aspetto psicologico. Le chiavi di lettura sono molteplici.

Questo libro offre molti spunti di lettura, può essere letto sia da chi conosce la materia sia da chi ne è a digiuno, perché il suo intento è divulgativo.

A conclusione di questa brevissima presentazione, posso solo aggiungere di essere una persona che non si ferma mai e che, nonostante il mio “matrimonio” con l’avvocatura possa essere assimilato a una di quelle unioni nelle quali si litiga sempre, credo fermamente non solo nella Giustizia (e uso appositamente il maiuscolo), ma anche nella Legge, perché senza Leggi e senza Giustizia non esisterebbe la civiltà.

Valeria Giacometti

 

Valeria Giacometti nasce a Luino il 12/02/1974. Terminati gli studi classici, nel 2001 consegue la laurea in Giurisprudenza con una tesi in procedura penale comparata.

Iscritta all’ordine degli Avvocati di Ivrea dal 2008, è titolare di studio legale dall’anno successivo. Iscritta all’elenco dei difensori abilitati a svolgere le difese d’ufficio in materia penale, nonché inserita nell’elenco degli Avvocati ammessi al patrocinio a spese dello Stato in materia civile e penale. Si occupa di donne vittime di violenza, avendo conseguito nel Settembre 2018 la relativa specializzazione. Cultrice di materie criminologiche, iscritta alla Camera di Commercio di Verona come perito esperto di tecniche di prevenzione del
crimine. È mediatore civile presso l’organismo di mediazione forense presso l’Ordine degli Avvocati di Ivrea (TO). Dall’Ottobre 2019 è membro della Società Italiana di Criminologia e abilitata al patrocinio davanti alla Suprema Corte di Cassazione dal Gennaio 2020.

 

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