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Frauenmuseum | Museo delle donne

Voci contro il razzismo – parte 2

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Quest’anno l‘8 marzo, giornata internazionale dei diritti delle donne, è coincisa con l’apertura delle settimane contro il razzismo promosse ogni anno dall’Associazione OEW di Bressanone.

Come spiegato nella prima parte del post, per questa occasione abbiamo organizzato la mostra „Immigrant Sisterhood“ con Caritas Moca al Museo delle Donne.

Ci interessava però anche die sentire le voci di donne meranesi. Oggi altre due donne ci raccontano delle loro esperienze e le loro opinioni.

Cecilia Muñoz

IL PARTO

Alle 18.30 di quella domenica, entrai nell’ospedale per partorire. La persona che mi accolse mi salutò, mi domandò sulla regolarità delle contrazioni e poi mi chiese: “Lei è marocchina?”, sollevando il labbro superiore, arricciando il naso e abbassando le sopracciglia, il tutto condito di un tono secco. Il suo corpo mi aveva parlato privo di cortesia. Con un filo di voce in mezzo a una contrazione dolorosissima, rispose: “No, sono argentina.” “Argentina?” mi chiese con la faccia illuminata, “Ahhh io ho parenti in Argentina, a Buenos Aires, un fratello di mio padre. Lei è di Buenos Aires?” “No, di Patagonia.” “Patagoniaaaaa. Proprio ieri ho visto un documentario sulla Patagonia. È il mio sogno andare in Patagonia con mio marito. Com’è la Patagonia? Tanto vento, vero…“

Per fortuna, in quel momento entrò mio marito e gli chiesi discretamente di continuare lui con le spiegazioni geografiche…

Nonostante lo sconforto per l’accoglienza iniziale, minuti più tardi quando i dolori erano di un’intensità fortissima, anche se vicino c’era mio marito, chissà perché, io cercai la sua mano…Avevo l’urgente bisogno di stringere una mano di donna…e così lo feci…mi aggrappai con anima e vita alla sua mano per fare nascere mio figlio.

Partorire è un po’ come nascere e un po’ come morire. Un’esperienza travolgente piena di coscienza, di realtà, di verità, di presente, dove si sente la vita nella sua massima espressione.

I giorni successivi al parto, pensai alla mia “fortuna” di essere stata “salvata dalla nazionalità”… Pensai a quale sarebbe stato il nostro contatto, la nostra comunicazione, se la risposta fosse stata: “Si, sono marocchina”. Pensai a cosa si era mosso in lei quando ha sentito che ero argentina, pensai alle emozioni positive che la mia risposta provocò in lei, forse storie di migrazioni dei suoi avi tramandate nella sua famiglia. La Argentina era una terra degli affetti. Mentre che forse del Marocco conosceva soltanto quello che i mass media comunicano. All’indomani la rincontrai e rispettosamente le spiegai quello che il suo corpo mi aveva trasmesso nel momento che mi aveva accolto. Ma lei mi disse che era stata una mia impressione, che lei non faceva distinzioni tra le persone, che era molto professionale, che periodicamente partecipava a corsi di formazione su Intercultura.

Penso che in certi eventi della vita come la nascita e la morte siamo davanti alla fragilità e allo stesso tempo alla sacralità umana che ci accomuna a tutti gli esseri umani, a tutte le donne.

Cecilia Muñoz

Nata in Patagonia-Argentina, attualmente vive a Merano, è narratrice, burattinaia, insegnante di spagnolo, insegnante di scuola materna e animatrice interculturale presso diverse associazioni interculturali della Provincia di Bolzano.

Roma, Italia. Photocredits: Irene Sanmartino

Il 23 marzo saranno 4 anni che sono arrivata in Italia. Vengo da Karakoçan, una città situata nella regione dell’Anatolia Orientale, in Turchia, nella provincia di Elâziğ.

Quando sono arrivata in Italia la prima difficoltà che ho incontrato con le altre persone e che ha creato un po’ di distanza è stata che non capivo la lingua. Ogni interazione sociale era quindi ovviamente più difficile, ma questo non mi ha fatta sentire esclusa, perché ero molto concentrata a rifarmi una vita. La cosa per me più importante.

Essere donna non è stato un vantaggio, né ha reso le cose più facili, e se mi chiedono dove vorrei vivere ora, scegliendo tra l’Italia e la Turchia, io dico Italia, dove è meglio riguardo all’essere donna. Ma anche in Italia non posso dire che tutto sia stato perfetto in questo senso.

All’inizio è stato più difficile riuscire a farsi degli amici italiani, per la lingua e per I pregiudizi. Ma poi dopo che ci siamo conosciuti, con il tempo, hanno iniziato a vedermi bene per quello che sono e non ero più una straniera per loro.

Il pregiudizio non è una cosa bella, ma a volte anch’io faccio questa cosa, anche se non è giusta. Capendo poi che sbagliavo.

Già quando sentono il mio nome che non è italiano sono prevenuti. Ma non siamo dei mostri, tutte le persone sono diverse ma anche uguali, solo che veniamo da un’altra parte del mondo. Ci sono persone cattive e buone dappertutto, in qualsiasi paese. Bisogna capirlo, tutto il mondo è così. Anche in una stessa famiglia non si è mai tutti uguali.

Ho ancora difficoltà alcune volte perché sono straniera. Per esempio ogni volta che mi sposto e cambio casa devo farmi conoscere dalla gente del posto che vive intorno a me. All’inizio non mi conoscono e non mi vedono come persona e come donna, ma solo come straniera. Ci vuole un po’ di tempo perché capiscano che sono una buona persona e uguale a loro, forse a volte anche meglio.

Nella mia vita mi è successo spesso di vedere altre donne in difficoltà per I pregiudizi e la disuguaglianza tra i sessi.

Purtroppo anche qui in Italia non sento che i miei diritti di donna sono rispettati come dovrebbe essere. Penso che se un uomo lavora dove lavoro io, facendo lo stesso lavoro con le stesse mansioni e responsabilità, dovremmo prendere gli stessi soldi e avere gli stessi diritti!

Ma sento e vedo che ad oggi non è così.

Anche se la legge dice che siamo tutti uguali non mi sembra che nella vita reale sia così. Ma le persone dovrebbero fermarsi, pensare, vedere e capire. E mettere questi ideali in pratica. Le cose bisogna farle, non basta scriverle su un foglio. Bisogna metterle in pratica.

Hülya

 

Inaugurazione virtuale della mostra „Immigrant Sisterhood“

Il 30.03.2021 alle ore 18:30 vi invitiamo a una discussione virtuale con Sabine Tiefenthaler, Gemma Lynch, Irene Sanmartino (Caritas) e una delle donne rifugiate.

Link Zoom:

https://us02web.zoom.us/j/81806281292?pwd=KzY3djdWb0w1QzNkaW40c1Jxc2ZyUT09

Meeting-ID: 818 0628 1292

Password: 127296

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