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Tagged: diritti umani

“Sono radicale da quando avevo sette anni”

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Donatella Trevisan ci racconta delle sue sfide come madre single che lavora full-time, del suo impegno politico, perché ha sempre votato radicale e cosa vuol dire per lei essere una femminista “di vecchia scuola”.

Hai fatto un percorso di studi universitari molto particolare: neurobiologia a Tubinga in Germania. Cosa ci puoi raccontare a riguardo?

Dopo essermi iscritta subito dopo la maturità a filosofia a Pisa ed esserne rimasta delusa, optai per Trieste, per diventare traduttrice e interprete simultanea. Oltre al tedesco e all’inglese, scelsi anche il russo. Poi mi ritrovai a lavorare all’Accademia Europea di Bolzano come ricercatrice nel campo della linguistica applicata. Li fu organizzato un convegno di tre giorni su cervello e lingua, con i più importanti esperti mondiali del settore. Fu un colpo di fulmine. Iniziai ad approfondire la materia per conto mio, e dopo meno di un anno vinsi una borsa di studio al Graduiertenkolleg Neurobiologie di Tubinga per un dottorato di ricerca sui meccanismi cerebrali del linguaggio in soggetti bilingui.

Durante il tuo dottorato é nato tuo figlio. Cosa è cambiato con la sua nascita? Hai allevato tuo figlio da sola. Come hai fatto fronte a questa grande sfida?

Mio figlio Davide è nato nella fase conclusiva del mio dottorato. Finii di scrivere la tesi che ero al nono mese di gravidanza. Quando feci l’esame di Stato, il Rigorosum, Davide aveva quattro mesi. Avevo già iniziato l’anno prima a lavorare al Comune di Bolzano per coprire finanziariamente quella che allora pensavo essere solo una breve parentesi tra il dottorato e il post-dottorato. In realtà con la nascita di Davide cambiò tutto. Ero una madre forzatamente single, con scarsi mezzi economici e senza parenti o amicizie strette che non lavorassero a tempo pieno, nessuno poteva quindi essermi d’aiuto: pensare di affrontare un post-doc in quelle condizioni era fuori discussione.

A chi parla a vanvera di conciliazione famiglia-lavoro vorrei far vivere anche solo per qualche mese la vita che da lì in poi fu la mia per parecchi anni: Svolgevo una mansione impiegatizia a tempo pieno. Dormivo sì e no tre ore per notte. Portavo Davide, che aveva cinque mesi, all’unico asilo nido della città che facesse il tempo pieno, ma che essendo in tutt’altra zona rispetto a quella dove abitavo mi costringeva ad utilizzare la macchina. Prendevo una media di due multe a settimana per divieto di sosta. Un neonato non è che entri e lo depositi, oppure entri e te lo riprendi. Lo devi svestire, se c’è da cambiarlo lo cambi, aspetti che la maestra sia libera per poterlo prendere in consegna, le dici se ha dormito oppure no, se ha già bevuto il latte, quando lo vai a prendere lo devi rivestire, ti intrattieni un po’ per sentire come è andata la giornata, cose così, normali. Ma i vigili non è che ti facciano sconti. Non è previsto che tu possa sostare in una zona che non è la tua, e quindi ti fanno la multa. Al lavoro rendi meno, sei stanca, ma nessuno sembra capire la tua situazione, sono fatti tuoi, privati, mica te l’ha ordinato il dottore di fare un figlio se poi non ce la fai a gestirlo. A pausa pranzo fai la spesa, passi in banca, fai la coda in posta, sbrighi gli obblighi burocratici. Appena finito di lavorare ti precipiti di nuovo al nido, torni a casa, ti fai 4 piani a piedi con la carrozzina, la spesa e il neonato. I vicini ti battono di continuo contro il muro e imprecano perché il bambino piange, oppure semplicemente cammina o gioca (le pareti sono come di cartone, si sente tutto). A volte chiamano addirittura la polizia per “rumori molesti”. Passi la serata ad accudire il piccolo, a far lavatrici, a stirare, a sistemare un po’ la casa. Sei stanchissima. Lui non dorme. Stai ore a cullarlo. Non dorme comunque. Sei disperata. Stai facendo anche qualche lavoretto extra perché hai in corso il mutuo per la casa. Lo fai di notte. Il giorno dopo sei di nuovo in piedi alle 6 e riinizia tutto da capo. Chi ha figli sa benissimo di cosa parlo. Chi non ne ha, non ne ha idea. Non parliamo poi della fatica anche psicologica di farsi carico da sola di tutte le responsabilità e le scelte. È un miracolo se Davide ed io siamo riusciti a sopravvivere a quegli anni.

Donatella Trevisan con suo figlio.
Secondo te quale supporto istituzionale è necessario per le madri che allevano i figli da sole oggi?